"Vogliamo essere quell'edificio solidamente costruito, fondato sulla roccia, che il vento dell'amor proprio e dell'orgoglio non potrà mai far crollare". Luigia Tincani
famiglia


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EPISODIO 1

 

targa

fonte

Chieti – Cattedrale, Fonte battesimale di L. Tincani.

padre

Il padre, Carlo Tincani.

madre

La madre, Maria Mazzucotelli.

ada

Ada Tincani, 13 mesi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



 

 

 

 

carducci

Bologna - Giosuè Carducci.

fratelli

Dietro: Andrea, Angiolina
Davanti: Gina, Bice

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

famiglia

Andrea, Angiolina, Bice, Gina Tincani.

 


La famiglia di Gina Tincani

Entriamo nella famiglia d'origine di Gina, una bella famiglia.
Luigia Tincani nacque il 25 marzo 1889 a Chieti, da Carlo e da Maria Mazzucotelli, ultima di cinque figli: Ada (1880-1881), Angiolina (1882-1950), Andrea (1884-1951), Beatrice (Bice) (1886-1964). La chiamavano Gina.

La famiglia paterna dei Tincani era originaria di Carpineti, comune della montagna reggiana (Reggio Emilia); la famiglia materna dei Mazzucotelli era originaria della Valle Imagna, in provincia di Bergamo, e si era trasferita poi a Lodi (Milano). Carlo Tincani e Maria Mazzucotelli si sposarono a Lodi, nel settembre del 1879.
Scriverà il papà Tincani al figlio Andrea:

La casa Mazzucotelli era, a Lodi, in Piazza Vittorio Emanuele, a sinistra di chi viene dalla stazione.  Sotto c'è un caffè e sopra il caffè il balcone, al quale mi apparve la figura di quella che fu poi la madre dei miei figli.  Me n'accorsi dallo sbattere delle persiane.  Che dovesse esser giovane capii dalle lunghissime trecce che le pendevano alle ginocchia. Erano le 5 del mattino, il 15 o 16 dicembre, quindi buio pesto.  Mi fissai la posizione, tornai verso le 10; la vidi e... ne venne quel che venne.

Raccontava Gina Tincani

"Il Babbo parlava dei primi anni di matrimonio come di 36 lune di miele: Vi parranno troppe, ma vi prego di credermi sulla parola!" e riuscì a vincere i primi concorsi scolastici per la forza serena e il coraggio che la moglie sapeva infondergli. Egli poteva studiare solo di sera, dopo giornate intense di lavoro e di studio. La giovane moglie vegliava con lui, gli sedeva accanto col più piccolo dei figli addormentato tra le braccia, pronta a sostenerlo, ad aiutarlo a vincere il sonno e la sfiducia".

Quella dei Tincani fu una famiglia molto unita, aperta all'amicizia. I Tincani superarono insieme le avversità della vita con una gioia derivata dalla fede, semplice e profondissima, da saggezza umana, dall'amore che li teneva uniti. I rapporti della Tincani con i genitori furono molto buoni. Come leggiamo nelle testimonianze, tra tutti i componenti la famiglia c'era amore, dialogo, aiuto reciproco, partecipazione alle ansie, ai dolori, alle gioie l'uno dell'altro.
La Tincani ricordava la propria infanzia come il momento delle prime grazie del Signore in lei e ricordava con profonda gratitudine e devozione il papà e la mamma.

Scriveva: "E' immensa la grazia che ci ha fatto il Signore facendoci nascere in una famiglia cristiana! E' una cosa di infinito valore, che ci rende ben responsabili dinnanzi a Dio! Ma se lasciamo che il nostro cuore si gonfi di amore, di riconoscenza, di desiderio di rendere a Dio le grazie che gli sono dovute, allora questa responsabilità diventa la nostra forza e la nostra gioia".

Carlo Tincani, professore di latino e greco e Provveditore agli studi, aveva un eccezionale equilibrio intellettuale e morale, unito ad una certa timidezza e semplicità d'animo, a cristallina rettitudine, ad una limpida intelligenza e ad una coerenza di fede vissuta e manifestata senza compromessi. Da Provveditore sopportò con serena fortezza le ingiustizie e le persecuzioni da parte della Massoneria a causa della sua sincera professione di cristiano. Le grandi doti di umanità, sensibilità ed accoglienza di quell'imponente uomo si riscontrarono in sua figlia Luigia. C'era una intesa profonda tra padre e figlia e la comunione di vita divenne talora collaborazione nel lavoro quotidiano per la scuola. La cultura umanistica del padre, la sua difficile presenza cristiana nella scuola italiana degli inizi del Novecento, non solo hanno inciso nella formazione della figlia, ma sono state l'humus in cui è nata la vocazione dell'Unione: portare nella scuola, divenuta laica, la presenza della Chiesa attraverso insegnanti cristiani votati a questo.
La madre, Maria Mazzucotelli, era una donna di fede e di preghiera, intelligente, di temperamento ottimista. Aveva un'innata capacità educativa, una pietà forte e semplice, una fine arguzia e una franca libertà interiore. Fu compagna fedele e comprensiva del marito, che per gli impegni del suo ufficio era costretto a continui trasferimenti; fu sensibile ed accorta educatrice dei figli.
Alla Tincani piaceva ricordare la gioia spensierata dei genitori giovani e felici:

"Era il tempo del terzo trasferimento di sede del Papà, al quale ne sarebbero seguiti ben 6: terminato il periodo di insegnamento a Saluzzo, eccoli Papà e Mamma alla stazione di Torino in attesa del treno che li doveva portare a Milano, nuova sede della famiglia. C'era tanto da aspettare, il tempo sufficiente per vedere di corsa in quella notte Torino. Potevano portare con loro Angiolina di due anni, ma come fare con il piccolo Andrea di appena un mese? Si guardarono intorno. C'era un anziano prete che dette loro fiducia e che, tra stupore e benevolenza, accolse nel grembo della tonaca quel batuffolo di bambino. Quando gli sposi Tincani ritornarono appena in tempo per salire in treno, il vecchio Sacerdote domandò: quanti anni avete? Ventiquattro e ventisette. Capisco! commentò bonariamente. Papà e mamma ci raccontavano questo fatto sempre allegri".

La Tincani amava parlare della Mamma e ricordare tenui episodi della sua infanzia con lei:

"La preghiera in comune, specialmente tra la mamma e noi, era familiare. Ci ha educato alla vera vita cristiana mettendo al primo posto la partecipazione alla Messa. A Bologna, la domenica andavamo tutti insieme a Messa a S. Petronio e immancabilmente succedeva questo: la Mamma si metteva tra Bice e me e dopo la Comunione diceva una preghiera di ringraziamento spostandosi regolarmente da me a Bice. Così a me ritornava abitualmente la frase: «perdona il mio cuore freddo...» al che, tra sgomento e rifiuto, un giorno protestai: «ma, Mamma, il mio cuore non è freddo!».. Si preoccupava che partecipassimo quotidianamente alla Messa, e quando eravamo in viaggio o lontane da casa, ci raccomandava anche per lettera che almeno non mancassimo di farlo nei giorni festivi".

Durante l'ultima sua malattia la Tincani ai risvegli pomeridiani spesse volte diceva di aver sognato la Mamma.

Le città dell'infanzia e della giovinezza

La storia della famiglia Tincani è legata ai trasferimenti del padre e le esperienze storiche vissute dalla Tincani insieme alla famiglia, in città diverse, incisero profondamente nel suo animo e contribuirono a formare il suo profilo spirituale ed evangelico: vedremo come l'esperienza di Dio e l'esperienza dei fratelli da amare in Dio sono due facce della medesima realtà e cresceranno in lei simultaneamente, sollecitate dagli eventi della sua vita.
Ripercorriamo la storia della famiglia Tincani per trovarvi l'ambiente in cui l'ultima nata visse la sua storia. Prima della nascita di Luigia il professor Tincani, laureatosi all'Università a Bologna nel giugno 1879 con il suo amato Maestro Giosuè Carducci, ebbe il suo primo incarico di insegnamento nell'ottobre del 1879 al Liceo-Ginnasio comunale "A. Allegri" di Correggio, dove rimase tre anni e dove trascorse "trentasei lune di miele, matrimoniali e scolastiche". Quivi nacque il 6 agosto 1880 una bambina, Ada Luigia, morta infante poco più di un anno dopo, e un'altra figlia, Angiolina, che diventerà Suor Reginalda, Domenicana.
Della piccola Ada il papà parla nella lettera scritta da Saluzzo al Provveditore di Milano, in data 14.8.1885. Il Provveditore gli ha chiesto di poter disporre di lui durante i mesi estivi, ma per il momento il Tincani non può:

"Comunicai ieri a mia moglie la domanda che Ella mi fece: e per quanto io dicessi per indurla a partire anche senza di me, non ne volle sapere. In un altro caso simile, or sono quattr’anni, perdemmo l’unica bambina che avevamo allora, e io non la rividi che morta; e la cosa addolorò tanto mia moglie che sarei crudele se volessi insistere a volerla far partire prima col timore d’un’altra sventura simile".

Anche se è purtroppo esigua la corrispondenza Carducci – Tincani che è  andata perduta, si conservano ricordi molto freschi della amicizia del Tincani con Carducci; particolarmente interessante è il discorso da lui tenuto il 4 marzo 1920 nell’aula magna del liceo Visconti su invito degli alunni. Parla del primo incontro col suo grande maestro e lo rievoca così:

"Io maestro l’ebbi, e uomo e cittadino lo conobbi; e gli ebbi un amore e un culto che altri non ebbe certo maggiore...Lo amai anche nei suoi difetti”.

Ecco come descrive il suo primo incontro:

“Veniva frettoloso, dondolandosi col fare di uno scamiciato, con un cappello a cencio, e guardandoci a uno a uno con certi occhi, con que’ suoi occhi profondi, indagatori, fieri, che a me fecero allora, come poi sempre battere il cuore forte.
Fui suo scolaro quattro anni, e poi, tornato insegnante di greco e latino a Bologna, per sei anni ogni sera, infallibilmente, insieme con pochi altri amici mi trovavo con lui nella libreria Zanichelli.”

All'inizio dell'anno scolastico 1882-83 Carlo Tincani ottenne l'insegnamento al Liceo-ginnasio statale di Saluzzo e quivi il 5 settembre 1884 nasceva il figlio Andrea, che dopo la laurea in giurisprudenza avrebbe seguito la carriera statale nell'Amministrazione civile del Ministero dell'Interno divenendo nel 1939 Prefetto di Teramo e, nell'immediato secondo dopoguerra, Presidente degli Ospedali Riuniti di Roma.
Nell'anno 1884-1885 Carlo Tincani diventa titolare al Liceo-ginnasio A. Manzoni di Milano. La nuova destinazione gli consente di dedicarsi a studi personali e alla pubblicazione di edizioni scolastiche di autori classici che gli danno una certa notorietà e gli permettono di arrotondare lo stipendio per far fronte alle esigenze economiche della famiglia in crescita. A Milano il 16 luglio 1886 nasce la figlia Beatrice, chiamata più familiarmente Bice, che sarà compagna della sorella minore Luigia nelle esperienze associative, nelle organizzazioni cattoliche, nel terz'ordine domenicano e nella fondazione di una nuova famiglia religiosa.
Il professore a Milano all'inizio va a malincuore, perché le grandi città non lo hanno mai attratto:

"Per la folla tumultuosa non ho avuto mai simpatia neppure da ragazzo. E d’altra parte le grandi città rendono come stranieri fra loro anche quelli, che per ufficio dovrebbero far vita comune. Chi vuol vivere la vita anche col cuore non può non amare i piccoli centri”.

Il 15 settembre 1886 confida a Giovanni Battista Gandino le preoccupazioni economiche e la speranza di guadagnare con altri lavori supplementari. Scriverà nel maggio 1885 di nuovo al Gandino:

“Di Milano sono, come puoi immaginare, assai contento: i miei bambini stanno benissimo; ed io, se non avessi voluto studiar tanto da fare con la scuola una somma di più che quindici ore giornaliere per cinque mesi consecutivi, non avrei neppure da lamentarmi della stanchezza, che m’ha preso da qualche settimana. Ma anche questa passerà”.

Invece non passa e Carlo Tincani si ammala davvero, di esaurimento dovuto sia al lavoro e allo studio sia all’anemia conseguente a un'emorragia. Ne scriverà anni dopo a Gina convalescente:

"Quando la Bice aveva qualche mese e la Gina era in mente Dei, io rimasi assai peggio che non sia credibile, tanto che le gambe assolutamente non mi reggevano più; in meno di 20 giorni...mi rimisi perfettamente, assai prima delle previsioni anche del medico. Ma dopo un’inappetenza duratami per dissanguamento per 15 giorni (vivevo di ova sbattute e malaga) a colazione mangiavo delle frittate di sette, otto ova; e come non dovessero bastare, vi aggiungevo qualche volta una cotoletta alla milanese. Il medico stupiva, ma passati i 20 giorni, rifatti sangue e forze, tornai improvvisamente a vitto normale”.


Chieti

Nel settembre 1887 il professor Tincani è trasferito al Liceo di Chieti:  conosce

“per prova la verità dell’invidiabile nomea che l’Abruzzo ha di forte e gentile”.

Qui il 25 marzo 1889 nasce l'ultima delle figlie, Luigia, detta comunemente Gina. E' battezzata, coi nomi di Luigia Sofia, il 7 aprile 1889, nella Parrocchia di S. Giustino.

Bologna

Nel 1890 il Professore viene trasferito al Liceo di Bologna, dove rimane per sei anni, felice di riprendere i contatti con gli amici del cenacolo carducciano e con lo stesso Carducci,

“sei anni che intellettualmente parlando  sono stati i migliori e i più utilmente vissuti".

Il Cenacolo carducciano è un circolo letterario che, nella libreria di Nicola Zanichelli, riunisce intorno al Carducci letterati, uomini politici, giornalisti, scienziati attratti dalla venerazione e dall’affetto per il Poeta, per discorrere col Carducci di poesia, della patria, per declamare versi e fare qualche partita a ‘scopone’ e una ‘bicchierata’. Quando il Carducci è presente a Bologna, il Tincani lo incontra al circolo, quando è assente gli scrive per chiedergli consigli e aiuti.
La piccola Gina di sei, sette anni, conosce il Carducci perché la domenica è solita andare a chiamare il babbo – il quale si intrattiene a giocare a carte col poeta nel retrobottega della Libreria Zanichelli – perché venga alla Messa con la famiglia. Racconta chi ha sentito questi fatti dalla Tincani:

«Sappiamo quel che capitava la domenica mattina negli anni di Bologna. I negozi restavano aperti allora anche nei giorni festivi. Il Carducci passava di solito la mattinata da Zanichelli, seduto accanto al piccolo banco dietro al quale stava il comm. Cesare. Andava là anche il Tincani. La moglie con i figli passava poi a prenderlo, e tutti insieme si recavano a Messa nel vicino tempio di S. Petronio. La più piccolina – la nostra Madre – aveva l’incarico di correre nel negozio a chiamare il babbo. Ma, per farlo, doveva parlare con il comm. Zanichelli, fermandosi proprio davanti alle ginocchia del Carducci, che stava lì con il bastone tra le gambe e il mento appoggiato al bastone. Quel viso barbuto era un po’ impressionante per la piccola, e ancor più lo era la voce burbera, con quella sua domanda rinnovata per ischerzo, che la spaventava ogni volta: ”Chi è questa bambina?".
Capitava a volte che il Tincani fosse impegnato nel retrobottega in una partita a scopone. Che gusto per il Carducci alzarsi e andare alla porta a gridare, come un monello che si diverte a fare un dispetto: “Tincani, c’è tua moglie!”. Una domenica avvenne un fatto che il Tincani ricordò tutta la vita e che raccontava con sempre rinnovata emozione. Egli era già stato a Messa con la famiglia e rientrava da Zanichelli. Un amico gli chiese: “Dove sei stato?” “A Messa!” rispose. Bisogna dire che l’amico si professava ateo convinto. E’ vero che egli aveva conservato nel cuore l’amore a Maria, che gli aveva istillato sua madre, e la Madonna alla fine lo salvò: era andato a venerarla nel santuario di Fontanellato, vi ricevette i sacramenti, stava bene, ma al ritorno venne preso da una polmonite, che lo portò via rapidamente. Ma questa conclusione serena era ancora lontana in quella mattinata bolognese.
Al sentire che il Tincani era stato a Messa, l’amico scoppiò in una risata di scherno e rivolto al Carducci disse: “Professore, il Tincani è andato a Messa!”. Il Carducci a cui non piaceva di essere preso come campione di incredulità, si irritò e gli rispose: “E chi ti dice che la Messa non sia quel che dicono i cristiani?” “Allora bisogna credere che Dio esiste!” riprese l’altro. “E chi ti dice che Dio non esiste?” “Ma allora bisogna credere a tutto, anche all’immortalità dell’anima! Rincalzò l’amico. Il Carducci si infuriò e, più che dire, urlò: “E chi dice a te, miserabile, che l’anima muore?!”.
Si chiuse poi in un crucciato silenzio e si alzò per uscire. Il Tincani lo seguì per accompagnarlo fino a casa, poiché per quei portici tutti sali e scendi, che costeggiavano la viuzza bolognese che conduceva alla casa dove abitava il Carducci, il braccio di un giovane era quasi indispensabile al vecchio poeta. Per tutta la strada il Carducci non aprì bocca, chiuso nel suo sdegno, e rientrando in casa quasi non salutò il suo giovane amico».

Come vive la famiglia a Bologna? E' una famiglia felice: vive nei limiti economici posti dalla professione del giovane papà professore, la mamma lombarda soffre un pochino la nostalgia della sua terra, il lavoro in casa è molto e chiama in aiuto da Lodi la sorella più giovane, Nina, ancora ragazza:

Bologna li.11.11.90. Cara mamma, Bologna mi piace molto: anche il vitto è ha buon prezzo; e poi siamo tanto vicini a Milano. Carlo poi mi ha promesso, se guadagnerà qualche cosa per bene, e potremo far qualche risparmio, un po' più dell'ordinario, di condurci tutti a Milano, a Pasqua, al più tardi queste vacanze. Figurati la mia gioia. Noi stiamo benone, il cambiamento d'aria finora non ha fatto male a nessuno; anche in quanto all'interesse non la ci va male, perché Carlo, avendo tutte le classi doppie, percepisce anche doppio stipendio. L'Angiolina, l'Andreuccio frequentano con molto profitto e volontieri le scuole comunali, e tutti e due fanno la seconda elementare. La Bice e la Gina ingrassano, facendo le birichine a casa.
Ora avrei a domandarti un piacere, se tu e il papà mi lascereste venire per un mese la Nina a Bologna. Non ho che un'ottomana disponibile ... Io credo che non avrete niente in contrario, perché in quanto al viaggio, lo può fare anche sola, la mettete in un scompartimento di Signore sole, e non essendovi cambio di treno verrebbe diritto a Bologna, e poi credo che la Nina sia abbastanza disinvolta, da cavarsela bene, in ogni caso, noi poi saremo in stazione a riceverla a braccia aperte. Non potrò offrirle molti divertimenti, perché con quattro bambini, poco tempo mi resta, per lo spasso; ma io spero che il solo piacere di vederci, di parlarci, dopo tanto tempo che non ci vediamo, compenserà tutto il resto".

L'anno dopo aggiorna la sorella Nina:

"La mia salute non è proprio delle migliori, attendo sempre però alle mie faccende di casa. Anche la mia Gina e ancora un po' indisposta. Carlo, Domenica, che dopo diversi giorni di brutto tempo, fu una bella giornata, desiderava che io pure uscissi un pochino, prese una carrozza e facemmo una bella passeggiata: figurati la gioia dei bambini, io pure l'ho goduta moltissimo. L'Angiolina e l'Andreuccio ti mandano tanti baci, frequentano volontieri la scuola e finora fanno anche benino. Addio, cara sorella, perdona se non ho saputo scriverti cose allegre, e adatte alla tua fresca età. Salutami la mamma e baciala, baciami il papà, se però si è fatta la barba. Carlo e i nipotini vi salutano e vi baciano tutti".

Che i nipotini fossero amici della nonna lo dice la letterina di Andrea:

Bologna 16 Luglio 1892. Cara Nonna, mi è rincresciuto tanto della tua partenza. Il papà ha detto che ci farà divertir quest'estate ed andremo a fare delle belle scampagnate. Questa mattina sono andato per la pagella con la mamma, in tutto ho avuto 110 punti e sono stato promosso in quarta con 27 e mezzo. Il papà ha regalato a me 2 soldi e la mamma ha comprato un'organetto da 10 soldi. Nella lettera troverai un santo che ti manda il tuo affezionato nipotino Andrea.

Di nuovo la mamma nel febbraio del 1893 fa respirare alla nonna, con semplicità, l'aria serena della sua famiglia, una vita fatta delle piccole cose di chi è felice:

"I bambini stanno bene, l'Angiolina studia sempre e fa abbastanza progressi nel pianoforte, spero l'anno venturo di poterla far ammettere al Liceo musicale Rossini perché compia il corso regolare per prendere poi la patente di maestra. L'Andrea pure studia il pianoforte già da sei mesi, e la sorella lo accompagna in due sonatine a quattro mani, e esegue anche una sonatina da solo: bisogna vedere l'importanza di quell'omino al piano e come disinvolto e senza ritrosia si mette a sonare quando viene qualcuno a farci visita. Anche il suo maestro di quarta elementare è contento, e si capisce che gli vuol molto bene. L'Angiolina pure fa bene, e come maggiore d'età, e una delle prime della classe. Carlo sta bene e lavora sempre attorno ai suoi libri e alla sua scuola, io pure sto bene. La gattina è venuta bella e grossa, giorni fa si era innamorata e non faceva che miagolare; l'abbiamo chiusa fuori di casa per parecchie notti: I bambini erano eccitati, dicevano che aveva i dolori di ventre, e s'incolpavano a vicenda d'essere la cagione della malattia della gattina; l'Andreuccio aveva perfino proposto di mandare a chiamare il veterinario. Adesso si è calmata e la pace è tornata fra i piccoli litiganti".

Le notizie successive saranno meno buone, ma non manca la gioia né la battuta scherzosa:

"Ho passato un mese d'Aprile bruttissimo. Ho avuto la Bice ammalata col morbillo, poi la Gina che è ancora a letto. L'Angiolina e l'Andreuccio indisposti. Così che un poco per la paura della difterite, che serpeggiava in Bologna, un poco per il malessere, e le malattie, un po' per le vacanze delle nozze d'argento dei Reali, li ho avuti a casa da scuola quasi tutto il mese. Aggiungi che per certe riparazioni all'appartamento, ho avuto muratori, e imbianchini, in casa per una quindicina di giorni. E' un mese, che non esco di casa. … Carlo sta bene, ora sta riunendo i suoi lavori, da spedire a Roma, per un concorso, che si è aperto, per una cattedra al Liceo E. Q. Visconti di quella città. … Di' alla Nina che ho tirato la barba a Carlo, e che incomincia a nevicarci su per benino: ha detto che se continua così la farà tagliare. Perdona la carta, la fretta e l'orrenda calligrafia, per leggere questa mia ti puoi mettere due paja d'occhiali!"

La nonna morirà nel gennaio del 1894 e il professor Carlo, lontano per servizio, scrive alla moglie:

"Cara Marietta, non ti scrivo parole di conforto, perché non so trovarne: il tuo dolore è tale, che il tempo solo può medicarlo. Fatti coraggio ad ogni modo, e pensa alla famiglia che ci siamo fatta. Essa, poveretta, ha finito di penare, e ora sta certamente meglio. Magre parole, o vecchie, ma non cessano di essere profondamente vere".

(continua)

       
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