"Vogliamo essere quell'edificio solidamente costruito, fondato sulla roccia, che il vento dell'amor proprio e dell'orgoglio non potrà mai far crollare". Luigia Tincani
famiglia


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EPISODIO 2

 



Cuneo.

 



Il Cervino.

Cuneo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



 

Bice e Gina.

 



Cuneo - Crocifisso di San Francesco.

 

 

 

 

 



 

 

 






Andrea e Angiolina Tincani.

 

 

Demonte - Cuneo.


CUNEO

Nel dicembre 1896 la famiglia Tincani si trasferì a Cuneo, in seguito alla nomina del Prof. Carlo Tincani a Provveditore agli studi di quella città.

Raccontava con semplicità il babbo Tincani in un discorso pronunciato a Saluzzo nel 1900:

"Un bel giorno, stavo mangiando e ragionando con la famiglia, mi arriva un telegramma: “Sei nominato provveditore a Cuneo”. “Cuneo?” gridammo in coro tutti. “Allora andiamo” – risposi subito; accetto e ringrazio. Questo vecchio e forte Piemonte era sempre vivo e presente all’animo mio e il pensiero di ritrovare amici carissimi, mi rese meno amaro il distacco da Bologna.Ricordo che la sera ebbi per la prima volta il coraggio di pregare il Carducci di leggerci il "Piemonte. E con che animo saliva da noi tutti augurale il “saluto o nobile Piemonte!” Del quale saluto io mi tenevo come superbo, perché quella sera almeno era intonato per cagion mia".

In quella cittadina il Provveditore fu amato e stimato, la moglie e i figli trovarono un ambiente accogliente, ricco dei valori cari ai Tincani: patria, religione, amicizia, scuola, natura.

Vita libera nella natura

Prati e boschi, le grandi montagne di roccia scura o candide di neve, l'acqua limpida di ruscelli e di fiumi, e la sferzante piacevole tramontana rimarranno per sempre nella memoria dei quattro fratelli. Angiolina, la sorelle maggiore, di indole buona e allegra, semplice e libera, era l'animatrice dei giochi audaci di quel periodo. soccorritrice e consolatrice delle paure, dei disagi della sorella minore, Gina:

"Abbiamo voluto tutti bene alla più piccola sorellina dal temperamento forte, allegro, a volte pensoso, con una sua piccola personalità decisa. Era la più coraggiosa a seguirmi nei giochi, che divennero spericolati e pericolosi a Cuneo,nella nostra bella infanzia spensierata ma nutrita di tanta fede e già di cose grandi e serie: la ricompensavo scaldandole con le mie mani grandi e calde i piedini sempre troppo freddi al momento di andare a letto, che la Mamma, spartana, non scaldava".

A Cuneo il mistero del mondo naturale introdusse i ragazzi nella conoscenza e nella amicizia con il mondo animale, in particolare con i cani. Protagonista dell'evento fu Andrea, l'unico fratello, sognatore e amante della musica, un tipo che non si mischiava coi giochi delle sorelle e godeva di una certa autorità presso di loro.

"Un giorno, passando e curiosando nelle ceste delle contadine di Cuneo che cosa scoprirono i ragazzi Tincani? un cucciolo di pastore piemontese. Sembravano impazziti, tanto che la Mamma non riuscì a capire che cosa avevano scoperto e che cosa chiedevano di comprare. Finalmente parlò Andrea, l'uomo di casa, il liceale che per questo si dava le arie di più grande: "Mamma c'è un cucciolo... compracelo... già ci guarda e ci lecca..." "Non possiamo, senza il permesso del Papà". "Andiamoglielo a chiedere". La giovane Mamma Maria nel cuore era più entusiasta dei figli: scrisse un biglietto al marito e mandò Andrea a portarglielo. Il giovane e serio Provveditore rispose sì. Per una lira il cucciolo piemontese passò nelle mani e nel cuore dei ragazzi e dell'intera famiglia Tincani. Si attese il ritorno del Papà Provveditore per la scelta del nome: si sarebbe chiamato Po, che nella dinastia sarà Po I. E da allora i cani non mancarono più in casa Tincani".


Giochi infantili

Le interessate, ossia le tre sorelle Tincani, amavano ricordare quegli anni felici, pieni di gioia e di semplicità genuina, e i loro racconti sono arrivati fino a noi. Ne ricordiamo uno, che finì presto, senza onore:

" Quando le "bambine Tincani" andavano a scuola al mattino, la mamma aveva l'abitudine, dopo averle baciate e chiusa la porta di casa, di affacciarsi alla finestra per vederle attraversare la strada e dar loro ancora un saluto. Un giorno la vicina di casa le disse: "Signora, lei sta alla finestra a guardare le sue bambine mentre attraversano la strada, ma lei si è resa conto di quello che rischiano per le scale?". La mattina dopo mamma Tincani cercò di sapere, di vedere. Che facevano le sue bambine? Si mettevano a cavalcioni sulla ringhiera e scivolano allegramente tutti i piani, tre mi pare, che le separavano dal pianerottolo di uscita".

Gina  era poi una ballerina accanita e preferiva ballare nelle fiere di campagna che nelle case dei convittori dei Gesuiti che la invitavano, perché figlia del Provveditore: con loro non provava gusto e si sentiva impacciata dagli abiti eleganti e dalle scarpe col tacco che l'Angiolina le prestava.


Scuola

Bice e Gina frequentarono a Cuneo le scuole elementari, poi, sebbene aspirassero a essere iscritte al ginnasio come il fratello Andrea, non fu loro possibile perché il preside accoglieva solamente i ragazzi. Ripiegarono pertanto sulla Scuola Complementare e la frequentarono per tre anni.
L'esclusione dal ginnasio, riservato ai maschi, fu una sorpresa poco gradita alle due sorelle, abituate a sentir parlare in casa di latino e di greco… Ferite nell'intimo decisero di dimostrare che le donne sono intelligenti e capaci di studiare quanto gli uomini.
Lasciando Cuneo per Bologna, le due Tincani, affacciate al finestrino del treno che correva sull'alto ponte, dissero grazie alla cara città, ma non le risparmiarono quel rimprovero. Bice e Gina di lì a poco incontreranno ai giardini di Bologna Giovanni Pascoli, amico del papà. Il Poeta, meravigliato che le figlie del Tincani, detto “il greco”, non avessero frequentato il ginnasio, si sentirà raccontare da Gina la decisione del Preside di Cuneo e si indignerà. Certo dopo quell'episodio vedremo Gina in particolare, e Bice sempre al suo fianco, trovare strade nuove per elevare culturalmente e spiritualmente la donna.


Preghiera

I figli del provveditore Tincani frequentavano la parrocchia del Duomo, seguivano la catechesi delle Suore di san Giuseppe di Cuneo. Il 31 marzo 1898 l'ultima, Gina, si accostò con piena consapevolezza ai sacramenti della Comunione e della Cresima. Bice, già esperta, accompagnò la sorellina per la prima Confessione e raccontava:

"La Gina era assorta e un poco emozionata e quando venne il suo turno la seguii con lo sguardo e non lo staccai mai dal confessionale. Vidi che il Confessore dopo l'assoluzione le aveva preso le manine tra le sue in un gesto di affettuosa compiacenza e la bambina ne sentì una grande pace: il Sangue di Gesù aveva lavato la sua anima. Ne ebbe una emozione così viva da sentirsi quasi venir meno. Quando si allontanò dal confessionale Gina aveva il volto radioso: ebbi la sensazione che aveva conosciuto la bontà del Padre".

Le belle statue di Crocifissi nella città di Cuneo e nelle vallate dei dintorni avevano impresso nella mente e nel cuore di quei ragazzi il mistero della Passione di Gesù. Lo sappiamo dai familiari:

"In una passeggiata nella montagna circostante Cuneo, la comitiva si era fermata a visitare la chiesetta di un borgo dove c'era un Crocifisso a grandezza naturale grondante sangue, che la penombra rendeva più tragicamente vivo. La più piccola rimase impressionata: "Perché tanto sangue? domandò, che cosa ha fatto?" Dopo un attimo di silenzio la voce della Mamma, seguita quasi coralmente da quella delle sorelle e del fratello, dette la spiegazione che sarebbe rimasta per sempre impressa nell'animo della bimba: "E' Lui, Gesù che lo ha voluto, per noi, perché ci voleva bene. Lui non aveva fatto nulla di male". Il mistero fu capito? non ci è stato detto, non lo sappiamo, ma certamente fu creduto. L'esperienza e le domande non rimasero nel silenzio della chiesetta del borgo montano cuneese: la sorella Bice, cercando un dono insolito, ma gradito alla Serva di Dio, nel giorno della Prima Comunione, trovò e le donò una piccola immagine sacra a colori con la testa del Cristo coronata di spine e grondante sangue".

I figli Tincani conservavano nella memoria alcune preghiere dell'infanzia, quali le Novene di Natale e della Pentecoste tratte dalla Filotea, il libretto di San Francesco di Sales, caro alla mamma, che non mancava nelle famiglie di allora e che educava i laici alla preghiera. Nella lettera della vigilia di Natale del 1918, anno della morte della mamma, Bice scrive al fratello e alla cognata:

"E' il primo Natale che facciamo senza di Lei, ma siamo certi - ed è una grande, l'unica consolazione - che il suo sarà più bello del nostro. La penso tanto in questi giorni e con tanta gratitudine specialmente ricordando i Natali felici ch'essa ha saputo prepararci nella nostra infanzia. La Gina ed io abbiamo fatto anche quest'anno la Novena che leggeva sempre Lei, ti ricordi, Andrea? "Dio e Salvatore delle anime nostre, che nasceste fra noi mortali per rinnovare tutto il mondo colla pietosa vostra venuta, fate che in questi santi giorni noi tutti ci applichiamo a secondare gli amorosi vostri disegni rinnovando perfettamente noi stessi a norma dei vostri esempi" ecc. E ti ricordi anche come eravamo contenti quando lasciava leggere le preghiere a qualcuno di noi?"

Le tre sorelle Tincani erano diverse di età e carattere, ma erano una cosa sola, tra loro e con la mamma, nel vivere la loro vita domestica, in episodi nei quali non compaiono il babbo e Andrea. Ogni cosa era in comune, non c'erano segreti in casa e tutto prima o poi era risaputo, tanto che Gina non poté custodire i suoi incontri intimi con la Madonna. Bice osservava, Angiolina raccontava, la mamma:

"C'era un momento nella giornata della nostra più piccola sorella Gina nel quale tutto spariva per lasciarla libera di stare con Dio: calma, silenziosa e immobile, pregava: verso la sera, prendeva una seggiola l'appoggiava ad una consolle del salotto, ci si inginocchiava sopra per trovarsi di fronte ad un grande dipinto dell'Annunciazione e parlava con la Madonna, con voce sommessa, ma sufficiente per essere udita dalla Mamma e da noi sorelle che, tra divertite e commosse, la osservavamo dallo spiraglio della porta. Che diceva? Aveva da raccontare tante cose della sua giornata alla Madonna, di sé e del Bambino Gesù. Molte cose ci sfuggivano, altre si sono dimenticate…E così cominciò a fare unità tra contemplazione e vita".

 Su di un altro piano, più elevato,  viveva la sua fede Andrea, più grande di loro. Fu lui a introdurre in casa il gusto della partecipazione alla liturgia: un giorno il Professore di storia del Liceo Classico, Beniamino Colombo, regalò al giovanissimo alunno, che molto stimava e amava, un Vademecum in latino, il primo libro liturgico che entrò in Casa Tincani e fu usato in seguito anche dalle sorelle per seguire la Messa.

Società e Patria

Agli anni di Cuneo risalgono conoscenze e amicizie che il professore terrà vive tutta la vita: Giovanni Giolitti, Tancredi Galimberti senior e altri. Sono persone che la pensavano diversamente da lui, ma la diversità delle idee non impedirà mai al Tincani di rispettare e stimare quanto c’è di grande in tali personalità. Tale nobiltà d'animo trasmise ai figli che impareranno dal padre che cosa sia il dialogo vero, quello che accoglie l'altro stimandolo e rimanendo libero di aderire o meno ai suoi principi.
A Cuneo nei giovanissimi Tincani, monarchici per tradizione familiare, si rafforzò il senso di patria: i Savoia erano molto presenti nei monumenti della città e soprattutto nel cuore dei cittadini.

Ma c'è di più: a Cuneo i ragazzi conobbero Umberto I e la giovane Regina Margherita. Ricordavano tutto di quell'incontro, persino il vestito che aveva la regina, la finestra da cui li avevano veduti passare, gli aneddoti che avevano sentito raccontare. Il Re e la Regina d'Italia si identificarono nella loro mente con la patria da amare e da servire.

Corrispondenza familiare

Sfogliamo la corrispondenza dei Tincani a Cuneo e scopriamo una famiglia dove ci si vuol bene.
I Tincani facevano villeggiatura a Demonte, Borgo S. Dalmazzo, Peveragno; passeggiate nei sobborghi: S.Antonio, Spinetta... A S. Dalmazzo Mamma Maria conduceva nei giorni di domenica i suoi quattro bambini, la donna e il cane in diligenza. Scriverà Gina adulta:

"Che nostalgia del Piemonte della mia fanciullezza e delle sue montagne! Il Piemonte, cioè le montagne del Piemonte davano latte ottimo; ricordo nelle nostre passeggiate le fermate ai cascinali per farsi dare dalle contadine del buon latte e burro con la polenta calda. C'è poi costì la specialità di certi formaggini che si vendono freschi, molli, adagiati su foglie di vite; così li portano le contadine al mercato. Certuni si chiamano in dialetto: tumin".

Come si trattavano tra loro i fratelli? Le cartoline ad Andrea, occasionalmente a Torino per esami, riflettono l'atmosfera della famiglia. Bice scrive:
"Caro Andrea, abbiamo ricevuto ora la tua seconda cartolina. Come ti disse l'Angiolina ieri siamo stati a Peveragno, ed abbiamo trovato il sito stupendo. Siamo tutti felici e seguitiamo a dire quel che faremo lassù, ed a far progetti. La mamma sembra matta dalla contentezza e seguita ad assordare il papà con le sue chiarissime descrizioni del sito.  Addio, caro Andrea; ricevi tanti baci da tutti noi, ed uno più forte di tutti dalla tua Bice".

Pochi giorni dopo scrive Gina:

"Caro Andrea, la tua cartolina mi ha fatto molto piacere. Oltre a quella di Peveragno noi abbiamo fatto due passeggiate. Io e la Bice siamo andate col prof. Fassi fino a Sant’Antonio, e ieri tutti noi coi Signori Rossi a far merenda alla Spinetta. Addio, caro Andrea, ricevi un bacione grosso grosso dalla tua Gina".

Scrive il papà ad Andrea tredicenne, in montagna presso amici durante le vacanze estive, 1l 17 agosto 1897:

"Mio caro Andreuccio, io non ho scritto ancora a te, ma tu, birichino non hai ancora scritto a me. Chi dei due doveva cominciare prima? il padre o il figliolo…
 Di quando in quando sento che mi manca qualche cosa, mi cerco d'attorno, frugo di qua e di là, e non riesco a trovarla. Sfido io! sei tu che mi manchi. Quando si va a passeggio alla mamma pare che manchi ... che so io, per lo meno chi le da' ragione di brontolare. Ti aspettiamo dunque prestissimo. E dico aspettiamo, perché io non so se potrò venire a prenderti, sebbene ne avrei gran voglia. … Fra non molti giorni sarò probabilmente o certo chiamato a Roma, e mi è necessario non lasciar nulla sospeso. … Ad ogni modo tieni a mente che prima della fine del mese devi tornare; ché la dimora costì è già lunga, e io voglio rivederti prima della mia partenza per la Capitale".

Le partenze del Professore per la Capitale, chiamato a lavorare per le riforme, si rinnovavano spesso ed era una sofferenza per tutti. In particolare l'estate del 1900 fu difficile per la mamma Maria che, durante l'assenza del marito, si sentì trascurata e sola e non tardò ad esprimere qualche dubbio sulla necessità e opportunità di tali soggiorni romani. Lo capiamo dalla lettera in risposta del 25 maggio dove il papà rassicura la sposa con tenere parole di amore e la distrae:

"Grazie della tua lettera affettuosissima, ma… ti ho capita  sempre, e non ti darei per nessun'altra, non solo perché sei madre de' miei figlioli, ma perché sei tu, credimi. Ieri fummo, io e il mio collega, su la via Appia, alle Terme di Caracalla, e giù per il piano fino alla tomba, veramente colossale e meravigliosa, di Cecilia Metella. Basterebbe visitare attentamente la famosa via, e spingere l'occhio indagatore a destra e a sinistra per dire che veramente ciò che è grande è Romano ancora, come canta il Carducci. Se vedessi!... Ma vedrai; e forse fra non molto…Vi abbraccio tutti. La carta finisce; e io mi metto a studiare le riforme.

Per far partecipe tuta la famiglia della sua gioia di scoprire i tesori di Roma antica, il papà scrive il 2 giugno:

"Ieri dunque fui, per la seconda volta da che son qui, al Colosseo col Marradi, e, cosa che non avevo fatta mai, salii fin dove si può salire. Oh il grandioso spettacolo! Oh piccolezza nostra in confronto di quei titani! …. Quando lo vedrai, poiché lo vedrai, non dubitarne, dirai che io sono molto al disotto del vero. … Domani andremo al Palatino, e ci tratterremo quanto è necessario per averne un'idea compiuta.  Ti abbraccio...E' tardi…".

Il 7 giugno, forse sollecitato da nuovi timori della moglie, o forse solo per fare un gesto affettuoso, il provveditore scrive l'orario particolareggiato della sua giornata e conclude in modo simpatico, per sdrammatizzare la tensione di Marietta:

"Tu conserva questa lettera, e con l'orologio alla mano puoi ogni tanto dire: mio marito dorme, scrive, mangia, passeggia, è alla Minerva dove parla e riparla e torna a parlare, ridorme, ripasseggia, rimangia, fuma, ripasseggia, prende il caffè, rientra all'albergo, ridà un'occhiata alle lettere ricevute dai suoi, che ha sempre in mente, e di cui parla a sazietà, si corica, legge qualche giornale, un po' d'Orazio, poi si addormenta verso l'una. Lascialo dormire fino alle 6, non mai oltre alle sei: lascialo covare mezz'ora, e poi lo vedrai alzarsi, vestirsi in fretta come sai che fa sempre, e alle 7 lo troverai di nuovo a tavolino dinanzi alla finestra che ha dinanzi a sua volta la Chiesa di Santa Chiara. Pensando così di me e vedendo me, vedrai il Marradi; salvo che lui bisognerà lasciarlo dormire molto di più…Vuoi di più? Quando siamo fuori sentirai ora lui ora me, ora tutti e due insieme recitare o un'ode del Carducci, o un po' di Dante, o del Petrarca, o del Foscolo. Non siamo buoni mariti? Ma se sapessi con quanta ansia affrettiamo l'ora di riabbracciare le nostre famiglie! Come vedi non c'è più carta. Ti abbraccio stretta stretta. Bacia i bambini. Piove!!"

E dopo la sofferenza della lontananza più grande è la gioia di un periodo di vacanza tutti insieme, come annuncia Bice al papà:

"Caro papà, la mamma mi incarica di dirti che abbiamo combinato tutto a Demonte (Cuneo). Il prezzo è quello che sai. L’appartamento è comodo e bellino e la mamma spera che vi ci troveremo bene. Il paesello è allegro, e in bella posizione; i villeggianti sono persone distinte, allegre. Ti mandiamo tanti baci affettuosi. Tua Beatrice. Po ti cerca".

Il babbo non li ha ancora raggiunti a Demonte, quando riceve una lettera incredibile. Così scrive Andrea in data 30 luglio 1900:

"Carissimo papà, siamo arrivati ieri felicemente, ed abbiamo trovato da installarci benissimo. Oggi io solo, perché la mamma e le bambine erano stanche, sono andato a fare una gita a una fontana insieme con altre famiglie, di cui abbiamo già fatto conoscenza. Eravamo, verso mezzogiorno, a far colazione sulla montagna, quando vedemmo correre su un uomo, che recava una lettera della Signora De Marchi. Il colonnello Lareza, giubilato, ch'era con noi, l'apre e diviene subito bianco come un morto e dopo un po' esclama: "Hanno ucciso il re". Un "oh" di costernazione, di dolore, d'indignazione uscì dai nostri petti. Non mandammo più giù un boccone. Ti giuro che se ci fosse stato là davanti l'assassino l'avremmo ucciso. Povero Re! E' mostruosamente mostruoso. Dio voglia che questo non sia un triste presagio per l'Italia: quasi quasi temo. I Demontesi si sono comportati benissimo: Appena giunto questa mane il telegramma dalla prefettura la Giunta ha subito emanato un proclama ricco di dolore, di indignazione, di patriottismo; le case, anche la nostra, sono tutte imbandierate a lutto. Qui si piange fino. Tuo  Andrea".

(continua)

       
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