"Vogliamo essere quell'edificio solidamente costruito, fondato sulla roccia, che il vento dell'amor proprio e dell'orgoglio non potrà mai far crollare". Luigia Tincani
famiglia


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ULTIMO EPISODIO

 

La famiglia Tincani è dispersa. Ormai non si sta più tutti insieme come ai tempi. Siamo nel 1909: l'Angiolina è in convento, l'Andrea è sposato con Yole e vive  a Bologna.

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Angiolina domenicana Yole e Andrea a Bologna


A Roma c'è la casa dove dal 1912 vivono con la mamma e il papà Bice e Gina, in Via Terenzio, 7.
Queste due figlie, chiamate da Dio a una missione superiore, in casa ci sono e non ci sono,  hanno in mente qualcosa che i genitori intuiscono, ma non capiscono ancora...

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Roma, Via Terenzio
Crocerossine a Roma progettano insieme...

 

La mamma è ammalata.

Bice si dedica alla mamma.

Chiesa della Traspontina.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il prof. Carlo Tincani con Padre Fanfani a Gubbio.

Bice e Gina a Gubbio.

Andrea.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


La malattia della mamma

La vita continua, ma si apre ormai la strada verso la vita nuova, la vita eterna, della quale si incomincia a sentire la vicinanza: la mamma infatti è molto ammalata, un male grave, oggi lo si chiamerebbe forse  Alzheimer.  Se è finito il tempo del dolce vivere insieme non manca il forte legame familiare che si esprime in  un premuroso e sereno cercarsi e prendersi cura gli uni degli altri, da vicino e da lontano, come si può e da dove si è.  Angiolina è lontana eppure è presente con le sue lettere affettuose  e le sue consorelle di Roma, valide infermiere, diventano aiuto insostituibile per curare la malattia della mamma.
In casa, ad assistere la mamma resta soprattutto Bice, che lascia libera Gina di studiare all'Università e di raccogliere intorno a sé una nuova famiglia spirituale. La mamma, compagna fedele del Professore per  quarant’anni, che "educò e crebbe i figli – diceva lui - con l’esempio e con la parola nella fede sincera di Cristo e nel culto del bene", non è più la donna lieta, arguta e coraggiosa di un tempo; è diventata la bambina che ha bisogno di tutto e non segue più gli eventi di casa. Il papà non può più appoggiarsi a lei come alla "sposa che non darebbe per nessun’altra, che ha sempre sentita vicina"; si rammarica se mai di non essere stato abbastanza espansivo con lei: "Avrei voluto poterti dimostrare più ampiamente l’animo mio".
Gina ci fa entrare in casa e sentire l'affetto filiale di cui è circondata questa donna quando dà relazione di una giornata passata con la mamma:

"Carissimi - abbiamo già finito di mangiare e della mamma comincio a scrivervi. La mamma è stata, fino ad ora, un angioletto. Si è lasciata vestire benissimo - tutta la mattina è stata zitta e quieta. A tavola ha mangiato molto volentieri. Per il primo giorno non avrei mai pensato di poter sperare tanta calma. Meglio di così non poteva andare!"
"Suor Reginalda? il pericolo può divenire immediato da un momento all'altro e allora non si arriverebbe più a farla venire. Oggi la mamma mi diceva che non desidera né Andrea e Jole, né papà e quasi neanche la Bice, ma Suor Reginalda sì, e siccome io le dicevo se le sarebbe piaciuto di fare la Comunione adesso, mi ha risposto che vorrebbe farla quando ci sarà Suor Reginalda, ma, ha aggiunto: Suor Reginalda non arriverà a tempo a vedermi”.

Scrive Gina al fratello:

"Il Padre Fanfani ha scritto ieri da Firenze dandoci questo consiglio. Quelle Suore di Via Cavour che ci davano il locale per il Circolo hanno affittato una casa a Grottaferrata proprio sulla linea del tram verso Valle Violata; il Padre ci consiglierebbe di andare là a passare qualche giorno a turno la Bice e io, prima che io debba cominciare le scuole. Naturalmente il Padre lo dice in modo particolare alla Bice, la cui salute, a dir il vero, mi dà pensiero. Lei vuol sostenere che si sente bene, ma il suo viso la smentisce troppo chiaramente. Oggi a tavola le ho spiegato la proposta del Padre; la Bice ha dichiarato con una certa vivacità che i frati se ne intendono di cose di coscienza ma non di cose di casa, e che è impossibile che lei se ne vada ".

Ma la situazione precipita, la mamma dopo tre mesi muore, il 31 gennaio 1918.
Il dolore è vissuto insieme, da papà e figli, nella serenità che nasce dalla fede. Così scrive Laura Seneci, la compagna di università di Gina: 

"Io la Mamma di Gina non la conobbi di persona: doveva essere già malata quando io venni a Roma. In casa Tincani salii la prima volta la mattina dei funerali, che vennero celebrati alla Traspontina, la parrocchia da cui dipendeva Via Terenzio. Con Agnese Tovini si andò in chiesa e poi si seguì il feretro fino al Verano. La sua serenità nella disgrazia destò in me una impressione sì forte che la ritengo una delle più forti della mia vita. L'avevo vista la mattina, ai funerali, ma tornai con Agnese Tovini nel pomeriggio, a casa sua, per stare un po' con lei e con Bice. Erano uscite. La donna ci disse che erano andate tutte e due col Professore alla Chiesa del Purgatorio. Li incontrammo infatti, sul Lungo Tevere, tutti e tre, che tornavano verso casa. Erano tanto sereni che io rimasi meravigliata e profondamente colpita. Avevo creduto di poter portare, in nome dell'amicizia, una parola di conforto, capivo che di conforto non c'era bisogno e che potevo io, invece, ricevere anche allora, avevo io tanto da imparare. Quell'incontro sul Lungo Tevere, quel ritorno a casa nel tramonto, quella conversazione serena mi fece tanto sentire il Signore e mi insegnò che cosa è il dolore per le anime grandi e forti".

Andrea e Yole non hanno potuto lasciare Bologna ma sono un cuor solo con gli altri che li sentono vicini:

"Roma, 2.2.1918. Anche il Verano è chiuso. Siamo tutti uniti nel mesto e caro ricordo.  Benedetta la sua memoria.  Papà, Bice, Gina".

Scrive Angiolina, affettuosa e  presente:

"Vigevano 3 febbraio 1918. Carissimi,  spero che questa mia troverà Andrea e Yole. Volevo scrivere anche a loro a Bologna; sento un così gran bisogno di sentirvi tutti vicini a me; ma non so dove siano. Figuratevi che il giorno 1 ho ricevuto da loro una cartolina in cui mi davano buone notizie di Roma. E se n'era già andata dal giorno prima. Il Signore ha voluto così e la sua volontà sia benedetta! Aspetto notizie anche del nostro povero Andrea; chissà anche lui che cosa avrà sofferto e forse non ci sarà stato neppure lui. Scrivetemi presto presto: preghiamo tanto tanto per lei e per noi tutti a vicenda. Cercate voi tutti di stare bene. Vi bacio; il Signore ci benedica e ci conforti tutti e dia a lei la sua gloria.    La vostra Suor M. Reginalda".

Un anno dopo, la vigilia di Natale, Bice e Gina scrivono ad Andrea una lettera piena di fede:

"Roma.24.12.18 ore 18   Questa sera la Gina ed io andremo alla Messa di Natale alla Minerva.  E' il primo Natale che facciamo senza di Lei, ma siamo certi, ed è una grande, l'unica consolazione, che il suo sarà più bello del nostro. La penso tanto in questi giorni e con tanta gratitudine, specialmente ricordando i Natali felici ch'essa ha saputo prepararci nella nostra infanzia. La Gina ed io abbiamo fatto anche quest'anno la Novena che leggeva sempre Lei, ti ricordi, Andrea? "Dio e Salvatore delle anime nostre, che nasceste fra noi mortali per rinnovare tutto il mondo colla pietosa vostra venuta" ecc. E ti ricordi anche come eravamo contenti quando lasciava leggere le preghiere a qualcuno di noi?  Bice

Buon Natale. Alla Messa andiamo tutti e tre: il cielo è un po' nuvoloso ma l'aria è tiepidina.- Abbiate molto giudizio tutti e due. Tanti baci. Vostra Gina"

In un biglietto senza data Gina dà brevemente relazione di cose  della mamma rimaste in una valigia:

"Carissima Bice,  nella valigia in cui c'erano tutti i ricordi della mamma e che non era stata mai aperta ho trovato un pacco di carte che la Mamma deve aver preso dalla Nonna quando questa morì.  Qualche altra cosa è della Mamma, vedi la famosa poesia di Andrea; si vede che la Mamma se l'è portata con sé chissà quanto! Dopo mandalo all'Andrea questo foglietto.  Quello della nascita della zia Nina, sarei contenta che lo vedessero anche Andrea e Suor Reginalda perché è una cosa carina. Saluti in Domino tua Gina. Insieme, sempre, nel nome di lei".


La solitudine del papà

La sofferenza delle separazioni pesa sulle spalle dell'anziano Professor Carlo che  vive spesso solo e per sentirsi ancora utile e in famiglia si mette a servizio della nuova famiglia spirituale che sta nascendo intorno a Gina e a Bice: la sua cultura classica, la sua esperienza di educatore e di docente, la stima che gode nel mondo della cultura ne fanno il loro garante presso le autorità ministeriali nei loro primi passi, nella la fondazione del Liceo classico Armanni di Gubbio.

Il sentirsi ancora responsabile dei figli tiene vivo questo pater familias, questo maestro che è vissuto per educare e intorno a cui continua a gravitare la famiglia dispersa.
Scrive il papà a Gina, nel 1923:

"Dunque pensa a Bice; ma pensa anche a te, Gina. Con questa certezza la lontananza vostra, vedete, mi farà, non dirò lieta, ma non triste la giornata: e lavorerò tranquillo. Mi state a cuore, figliole mie, per le quali sole sento ancora vivo desiderio di vita e salute. Ti abbraccio caramente.  Papà".

Dopo un intervento chirurgico di Gina del 1939:

"Mie care figliole. Poco scrivete; ma mi basta, anche perché vedo la mano (manum, diceva Cicerone) di tutt'e due. Questo solo desidero, che mi diciate la verità.  Dunque, Gina, obbedisci fedelmente agli ordini del medico: non ti alzare, se non quando te lo dice lui. Devi guarire perfettamente. Se obbedirai, sono tranquillo, perché so che la tua infermiera, Bice,  fa da parte sua quanto è possibile".

A Gina convalescente:

"Cara Gina, la tua lettera è un regalone...ha fatto in me l'effetto che a Tommaso fece il dito che pose nella ferita del Risorto. Credo, che veramente stai meglio. Ma continua ad aver pazienza, e scaccia definitivamente la febbre".

A tutte e due:

"Che malinconia mi aveva preso ieri, pensando a voi due, e a quell'altro, benedetto lui e lei, che non mi hanno scritto nulla. Ogni tanto dicevo tra me: "Ora sta meglio: fra poco sarà guarita; lei tornerà al suo lavoro e l'altra al suo. Ma...giudizio: lenta; ma sicura. Vi abbraccio e bacio tanto.     Papà".

A Gina:

"Il mio pensiero correva sempre a te: anche il leggere m'affaticava perciò più del solito. Ora, che vedo non lontana la tua guarigione, sarò, spero, più padrone anche delle forze mentali. Molto mi piace che il Porena sia venuto a trovarti al pensionato universitario. E' stato sempre un valoroso e ottimo uomo. Unisco sempre l'immagine sua con quella di Francesco D'Ovidio, suo suocero, e quella di GB. Gandino. Lo conobbi appunto un giorno che facevo colazione  con quei due in Via del Seminario. Se lo rivedi ringrazialo dei saluti, e digli che io lo ricordo sempre con affetto e stima grande. Col Tescari non ho avuto che una corrispondenza epistolare. E' un bravo uomo, diligentissimo conoscitore di Orazio".

 

 

 

 

All'annuncio della promozione di Andrea che diventa prefetto di Teramo, scrive alla nuora, Yole:

"In verità io non ho dubitato mai del giudizio che in alto, anzi in altissimo si sarebbe fatto dell'opera sua; ma la cosa era futura, ora è passata e presente. Quelle parole m'hanno fatto fare un movimento così improvviso e forte che la Cora, che riposava o fors'anche dormiva sulle mie ginocchia, come fa sempre quando può, è caduta a terra, mentre io dicevo "Dio ti benedica".  Ti, chi?  Io intendevo mio figlio….  Io ero da qualche giorno preso da una malinconia che cessava solo quando mi trovavo a scuola.  Cessava?  meglio dirò diminuiva.  E' passata improvvisamente; e se ne devono essere accorti gli alunni".

E conferma il suo stato d'animo alle figlie:

"Le parole scrittemi dall'Andrea mi hanno fatto fare un balzo al cuore prima, e poi alle gambe. Ho fatto due ore di scuola  pieno tutto di mio figlio. Quanto mi piacerebbe abbracciarvi stretti stretti! Il Signore mi ha dato dei figlioli, di cui vado lieto, orgoglioso.  Bacioni. Papà".

Di nuovo assicura la sua presenza accanto a tutti e quattro:

"Dunque, Bice,  stai bene; e ringrazio il Signore; ma io, ogni sera, continuo a pregare per la tua anzi per la vostra salute; perché, giacché ci sono, vi ci metto tutti e quattro, cari e buoni figlioli, del cui dono ringrazio Dio e quella che vi ha tirato su con l'amore che sapete. Tanti bacioni da Papà."

 

 

 

 



Il papà sente il diritto, la sera di una vigilia di Natale, di lamentarsi perché Gina, Superiora generale, assorbita da importanti impegni, non fa però tutti i suoi doveri più elementari di figlia:

"24 dicembre 1935.  Cara Bice, la Gina sarà, credo, con te; e con te farà il Natale. Dille che la sua condotta è deplorevole. A me - che sono suo padre - dopo la sua partenza per Bologna - e saranno più di quindici giorni - non ha mandato mai neppure una cartolina. E poco o nulla potevo sapere da Pie' di Marmo o da Tor de' Specchi. Che da Bologna fosse passata a Loreto lo seppi ier l'altro per telefono, e seppi che aveva intenzione di passare da Gubbio. Credo fermamente che ci sarà da oggi, se non da ieri; certo domani, Natale, sarà con te. Dille che non si fa così: con venti centesimi si manda almeno una cartolina con la firma. Così sappiamo almeno che essa è viva, e sa scrivere ancora. In un orecchio, sai, che nessuno senta; perché, perché penserebbero male. Sono le 19; fra poco andremo a cena, quindi al cinema, e di lì alla Messa di mezzanotte. Io farò, spero, la comunione pensando ai miei morti e ai vivi tutti, prossimi e lontani, memori e immemori.  Vi abbraccio tutt'e due (la Gina non meriterebbe) e vi mando ogni benedizione. Saluto insieme tutta la tribù, compresa la Manuela - che ricordo anche come ottima cuciniera di conigli. Bacioni Papà.  La Gina cerchi nella mia libreria l'Avviamento, vol.I, e me lo porti. E' sfasciato tutto. C'è; lo cerchi e lo trovi. Me ne servirò per la ristampa. Papà".

Il papà si sente controllato dal figlio che veglia sulla sua salute:

"5.1.36  Bice cara, dunque sto bene; in ottime condizioni mi ha trovato il medico. La mente è libera, la testa ferma, le gambe fermissime. Cosa vogliono di più? Che balli? Non ho ballato mai. Che non esca da solo? Son pazzi. Sono uscito ogni giorno, come prima, e uscirò anche ora per impostar questa lettera e...forse per andare in Piazza Navona. Se verrà la Gina ci andrò subito, se no, domani quando anch'essa potrà! Dunque, ripetiamolo, sto bene. Lasciali dire loro, Andrea e Yole.  Addio, Biciona mia.  Ti pare che questa scrittura sia quella di un vecchio? Vecchi saranno loro".

Nei ritagli di tempo Gina, dopo un incidente burocratico nella gestione del Liceo di Gubbio,  dice tutta la sua gratitudine all'amato papà che l'ha aiutata:

"25 agosto 1938  Caro papà,  l'infortunio scolastico mi aveva messo davvero in un grave impiccio - ma il papà mio mi salva. Quale è il papà che a... vent'anni compiuti può ancora col suo intervento e con la sua opera aiutare i suoi figliuoli e salvarli dalle più gravi difficoltà?  Certo, papà mio, la tua Gina non si è mai trovata in mezzo a difficoltà tanto complesse come quest'anno; ho fiducia nel Signore che mi aiuterà a uscirne fuori, ma non posso negarti che le sento. Il lavoro materiale di questi giorni non è niente in confronto ai problemi "pratici" e morali. Ma intanto un primo gran passo è fatto col tuo intervento nel Liceo. Dal freddo di Gubbio voglio pensare io a difenderti e sto già preparandoti una bella pelliccia per uscire, con un bel collettone di pelo che dirà: passa freddo se puoi. E mi piacerebbe anche un bel berrettone di pelo per i giorni di vento. La tua Gina".

Al papà la scuola non basta, ma supera la solitudine perché vuol bene alla figliole che sono a Roma, lontane da lui:

"Gubbio, 1 novembre 1938.  Gina cara, a scuola va benissimo. La scolaresca esemplarmente attenta e intenta. Sono, questa è la parola che mi ripetono, entusiasti, maschi e femmine. Il liceo, nella estimazione generale, ne guadagna certo; ma, figlia mia, se tu sapessi che sacrificio faccio per voi; per te e per la Bice. In scuola mi par di essere a festa; ma quando sono solo - e sono la massima parte del giorno - mi piglia una tal voglia della casa di Roma, e di chi ci sta, e dei miei libri che dico spesso fra me: tutto sia fatto per amore della Bice e della Gina. Diresti per amor di Dio! Diciamolo; ma se il liceo fosse più vicino a voi tutti, per me sarebbe una festa".

Seguono parole che sanno di addio:

"… Sapete quanti anni sono che lavoro? Ho cominciato a mantenermi da me a 17 anni; quando comparirò dinanzi al Signor mio non temo ch'esso mi dia del cattivo servo, perché abbia male speso o lasciato inoperoso l'obolo che mi aveva affidato. Ho tirato su una famigliola che si fa onore, dalla scuola ho diffuso e infuso nei giovani amore al bene, non ho fatto mai male a nessuno. Addio, cara. Abbraccia l'Andrea e la Jole, salutami tutte, e tu cerca di star sana.  Papà".

Il papà va a vivere a Teramo, nella casa del figlio Andrea, Prefetto della città. Bice cerca di stargli vicino. Una sua lettera ci mette in allarme:

"Teramo, 13 agosto 1940. Carissima Gina, questo pomeriggio Papà è stato tormentato dal suo dolore un po' a lungo, verso le 17. Ora sta benino, si è alzato e conversa con la Yole.   Mi fa tanta pena quando seguita a mostrarmi il suo rimpianto per Gubbio. Si vede proprio che considerava quella la sua casa. Sente di non averne una, di essere qui un ospite. "Ma, dunque, a Gubbio non potrò andare più?"  "E i miei libri?" "Che cosa ci sto a fare al mondo? - E' meglio che me ne vada!" L'ho sgridato un pochino, ripetendogli che cercheremo di fare in modo che sia dove gli farà piacere: a Roma o con l'Andrea… Raccomandiamo tutto, cose piccole e grandi, alla Madonna.   Non c'è che una cosa veramente importante: essere un giorno,  tutti insieme, lassù con Lei, a benedire il Signore!  Ti abbraccio.  Salutami tutte. Tua Bice. Bacioni da Papà che è assai dolente perché non si vuole che insegni, mentre egli sulla cattedra dimentica gli anni. Saluto tutte".

Due giorni dopo, il 15 agosto 1940, mentre Gina è a Gubbio per le Professioni delle sue figlie spirituali, il papà muore improvvisamente a Teramo, al suo tavolo di lavoro dove stava studiando. La salma viene trasportata alla Chiesa di S. Domenico a Gubbio dove la popolazione partecipa al funerale.

Scriverà Gina nel 1956:

"E' immensa la grazia che ci ha fatto il Signore facendoci nascere in una famiglia cristiana! E' una cosa di infinito valore, che ci rende ben responsabili dinnanzi a Dio! Ma se lasciamo che il nostro cuore si gonfi di amore di riconoscenza, di desiderio di rendere a Dio le grazie che gli sono dovute, allora questa responsabilità diventa la nostra forza e la nostra gioia".

La famiglia Tincani  non ha eredi naturali, ma da lei nasce la famiglia spirituale delle Missionarie della Scuola che vuol portare avanti tanti nobili e cristiani ideali.

       
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