Pensieri della Fondatrice
Vocazione, una comunicazione speciale…
Quale la vocazione di Luigia Tincani?
Per Luigia Tincani nella fusione armonica di due elementi, la vita religiosa vissuta in fraternità e l'agilità massima nell'apostolato è la caratteristica essenziali della spiritualità e della vocazione domenicana e cateriniana tradotte, in termini moderni, nel campo della scuola e della cultura. Ella toglie di mezzo ciò che può essere di impaccio in una comunicazione immediata con il mondo laico della scuola e della cultura, come potrebbe essere l'abito religioso e tutto ciò che non si addice alla speciale vocazione di frontiera. Coltiva in sé e nelle altre la vocazione intellettuale, il pensare cristianamente la vita e offrire nello studio, nella ricerca, nell'insegnamento, la fede pensata, espressa nella cultura. Scrive a una sua Missionaria: "Se coniugate fede, cultura e vita in una bella umanità anche simpatica sarete delle formatrici di coscienze cristiane".
Nel mistero dell'Annunciazione e della Visitazione vede la relazione più profonda tra amore e servizio, tra contemplazione e azione, nella "dimenticanza di sé" per lasciare il primo posto a Dio.
Ascoltiamola:
"Quando ho incontrato Gesù ho incontrato in Lui gli uomini come fratelli. Capii che consacrarsi a Dio – come Gesù – esigeva la dedizione totale alle anime: orazione e apostolato erano un tutto in luminosa unità di vita". 1908
"Chi ha sentito nel cuore la chiamata di Dio sente immediatamente che bisogna ubbidire a qualunque costo" 1920
"E' di ogni giorno l'esempio di anime che sanno rispondere alla chiamata del Signore con generosità che giunge fino all'eroismo". 1920
Oh! la vocazione! Sorelle mie, che immensa e ineffabile grazia è quella della vocazione! e quale infinito dono è quello della perseveranza! 1951
"La chiamata della giovinezza; il sì di tutta la vita...e la coscienza di non aver potuto amare che Lui solo... e con amore di sposa che annienta se stessa nell'Anima dello Sposo divino...!! E questo per il dono gratuito di una vocazione non aspettata, non chiesta...con cui la bontà del Signore ci strappa dal mondo e ci porta amorosamente fino al termine, sostenute dalle sue braccia, nascoste nel suo Cuore!" 1951
"Essere giunte al termine sicuro e poter dire: ‘Eccomi! Sono stata soltanto tua, per il gratuito e privilegiato dono della tua misericordia! Eccomi per tutta l'eternità!’
Anche il dolore - pur così profondo e pungente - dei propri peccati e delle proprie infedeltà, incapacità, non riesce ad oscurare questa gioia". 1951
Chiedetela per voi e per me! Ringraziate per voi e per me! non stancatevi mai di ringraziare e di chiedere la perseveranza e l'aumento dell'amore!" 22 dicembre 1951
"La vocazione è opera sua e solo sua, di Dio" 1952
"La vocazione è un avvenimento interiore, sacro e segreto, di cui siamo giudici noi soli, dinnanzi a Dio e agli uomini" 1955
"Solo la grazia muove i cuori e dà forza alla volontà in questioni di vocazione" 1960
"Ogni vocazione è per un intervento diretto di Dio. Non c'è niente al mondo che possa suggerire una chiamata. No, la chiamata viene da Dio, solo Dio può portar via dal mondo un'anima per farla essere tutta sua" 1975
Comunicare con il sorriso
Sorridere e guardarsi negli occhi:
mette in comunione le anime. 1963
Val più un sorriso
e un atteggiamento calmo e sereno
che molte parole. 1962
Il primo modo di fare in noi
una meravigliosa somiglianza con Gesù
per esprimerlo al mondo,
è quello di essere serene, piene di gioia,
piene di sorriso, piene di carità. 1961
Il sorriso deve dire di noi
che siamo totalmente prese dall'amore di Gesù
e degli interessi del "suo" amore per il mondo intero. 1961
Abbi un sorriso di serena bontà fatto abituale,
perché il tuo viso inviti le anime ad amare e lodare Dio,
come lo fanno tutte le cose belle e grandiose della natura. 1954
Santa Caterina non era bella,
ci dicono i contemporanei,
ma la grazia del viso e dei modi,
la dolcissima voce,
e il sorriso, soprattutto, affascinante,
in cui era un misto inesprimibile di dolore e di pace,
e da cui traspariva un raggio della bontà divina,
le davano una spirituale bellezza
che, di per se sola, conquistava i cuori. …
E i giovani, che venivano a lei,
essa li fissava ben diritto negli occhi
col suo franco sorriso
e li colpiva nell'animo
coi suoi rimproveri netti e sicuri. 1929
State allegre! Più risate si fanno,
più si ama il Signore. 1949
Con l'allegria e la letizia del cuore,
con un viso sorridente si ottiene tutto. 1949
Un atteggiamento costantemente lieto
spinge gli altri a cercare il motivo della nostra letizia. 1949
Quale è la fonte della perenne letizia del cuore
pure tre le serie responsabilità della nostra vocazione?
L'amore. Amare,
amare molto il Signore e pensare a Lui solo. 1949
Sorridere sempre alle creature
che Egli ha tanto amato da dare il suo Sangue per loro,
sorridere sempre per amore Suo. 1952
Se anche dentro c'è un po' di ombra,
il sorriso non manchi mai. 1955
Avere con tutti il viso sereno e accogliente,
che rivela la pace intima,
l'amore di Dio,
la gioia. 1957
Il sorriso del cuore,
quello intimo,
praticatelo con impegno,
insegnatelo con l'esempio.
La carità si deve vedere proprio lì, nell'apostolato:
una cortesia sorridente, graziosa, elegante,
che riflette la carità, la gioia,
la pace del cuore. 1957
Eguaglianza di umore,
viso sorridente,
bontà sempre anche quando si deve rimproverare;
pazienza e compatimento senza limiti. 1961
Una dignità semplice e sorridente
è caratteristica dello spirito domenicano. 1942
Insegnare – vocazione d'amore
La nostra vocazione è una vocazione di amore. Tutte le vocazioni religiose sono vocazioni di amore, ma se ce n'è una in cui l'amore è caratteristica specifica, se ce n'è una che totalmente è vocazione di amore, è la vocazione all'insegnamento. Tutto è luce e tutto è amore in questa vocazione. E badate che i giovani lo sentono. E' un mistero, ma è così. 1975
Per riuscire a educare fatevi anzitutto amare; suscitate la fiducia, l'abbandono di quell'altra anima nella vostra e quindi la volontà buona che vuole lasciarsi condurre. In che modo? Non certo solo con spiegazioni e ragionamenti; ma facendo intorno a quell'altra anima la realtà vivente dell'amore, dell'amore vero che si dona, che si sacrifica, che fa il bene. Su di un'anima nuova questo ha un'efficacia quasi infallibile. 1925
Il maestro può dire come il Signore: “vi ho amato prima che voi foste”. Anche noi possiamo dire la stessa cosa ai nostri alunni. Sì, vi ho amato prima che voi foste, vi ho amato prima di conoscervi. Li amiamo come figlioli che Dio ci dà. Dobbiamo sentirlo molto questo, e pregare molto il Signore per loro. 1975
L'uno all'altro parola
Educare ed educarci è un fatto universale e doveroso. Siamo necessariamente l'uno all'altro parola. E come non possiamo non essere perennemente educandi, così non possiamo non essere perennemente educatori. La vita cristiana ci vuole perpetuamente discepoli, ma subito anche imitatori di Cristo, perciò nessuno mai ha potuto essere cristiano - alter Christus - senza sentirsi in dovere di essere apostolo, cioè educatore dei suoi fratelli. 1925
Luce che arde e che brilla
L’insegnare non può essere inteso che come mezzo perché l’altra intelligenza si formi l’idea, precisamente come accendere un fuoco e non come riempire un vaso. Sono io che ardo e che brillo, e allora alla mia luce e al mio fuoco può accendersi un’altra luce. 1925
Sapere e saper insegnare
La competenza è il primo dovere di chi si appresta a diventare maestro degli altri. E poiché si tratta di competenza pedagogica, si richiede nel docente la conoscenza della natura dell'uomo, conoscenza qualificata, filosofica che porta a scoprire aspetti molto importanti della vita umana: nulla di ciò che contribuisce allo svolgimento della vita umana è estraneo al fatto educativo: dall'aria che l'uomo respira, ai libri che legge, dal cibo che nutre il suo corpo all'amore di cui i suoi simili lo circondano.
Ma non basta sapere, bisogna anche sapere insegnare. Ed è qui l'arte più difficile di ogni altra arte, perché non si esercita sulla materia inerte, ma su ciò che vi ha di più vivo, di più nobile, di più delicato, sui giovani. 1923
Intorno ad un chiuso castello
La collaborazione che si dà allo studente deve tener conto che la natura dell'uomo è fatta per essere autonoma. Gli altri esseri lo aiutano, cooperano, gli offrono i mezzi di cui ha bisogno, senza pur tuttavia mai poter sostituirsi a lui nel lavoro essenziale, in quella intimità della sua natura che si viene svolgendo e dove egli rimane sempre l'unico agente. Gli altri esseri rimarranno sempre e solo mezzi, fraternamente offerti, condizionati nella loro efficacia al suo modo di usarne.
Mi aggiro intorno alla anima dei miei fratelli come intorno ad un chiuso castello, dove io posso far giungere la mia voce ma nulla più... Ma c’è sempre quella fraternità di natura che, come ci permette di offrirci l’un l’altro il nutrimento di verità che le nostre menti allo stesso modo attendono e sanno ricevere, così ci permette di far vibrare all’unisono i nostri cuori e di trasmettere dall’una all’altra anima anche l’energia del volere. 1925
Suscitare la domanda
Perché vi sia l’interesse nella scolaresca bisogna saper destare negli studenti il desiderio di sapere, la domanda interiore a cui il nostro insegnamento risponderà.
E’ essenziale che gli alunni che ci ascoltano siano lì con tutta l’anima, si dimentichino di tutto il resto. Essi sono capaci di intensa attenzione. Hanno una vivacità di sentimenti e una energia di facoltà che li rende capaci di sentire il fascino della verità e della bontà e di aderire totalmente ad esse, hanno viva la curiosità naturale di chi vuole arricchirsi sempre più. 1930
Trasmettere principi
Parliamo piuttosto di principi, di semplici e luminosi principi, di semplici e luminose verità, dalle quali bisogna lasciarsi guidare quando si insegna. Posti e capiti i principi, le conseguenze saprà trarle chiunque abbia un po’ di ingegno e di amore. 1930
Volere e amare per far volere e far amare
Volere fortemente e intensamente amare quello che vogliamo far volere e amare, sono la migliore ed unica legge da sostituire a tutte le metodologie.
Agire sulla volontà del discepolo è un problema ed un mistero che sfugge all’analisi psichica e pedagogica, perché tocca l’autonomia morale dello spirito umano. Una cosa sola possiamo osservare ed è che di fatto esiste la possibilità di una trasmissione di buona volontà, di amore, di energia spirituale da anima ad anima. Il problema del convincere e del fare amare la verità insegnata è sempre in relazione, non tanto alla comprensibilità e alla chiarezza logica della esposizione, quanto alle qualità e all’atteggiamento spirituale di chi insegna. Riusciamo a muovere più efficacemente la volontà quando noi fortemente vogliamo, e a comunicare l'amore per il bene quando fortemente amiamo. Quando siamo veramente animati da una forte convinzione e da un forte amore, il nostro modo di parlare e di fare rappresenta così più chiaramente e vivamente la verità e la bontà da cui siamo ispirati, che esse si presentano con suprema vivacità alla mente di chi ci ascolta, e la sua volontà viene più facilmente trascinata, da questa efficace visione, ad imitarci. 1923 – 1930
La lezione
La lezione deve essere il centro luminoso del tuo insegnamento. Nella lezione tu hai tutta la grazia di stato. Parli, si può dire, come rivestita da una specie di sacerdozio, per mandato e in nome del Signore Tutta l'applicazione, tutto il desiderio, tutto l'amore debbono raccogliersi nella lezione, che sia bella, ben fatta, senza trascuratezze di nessun genere. La lezione dev'essere circondata - prima, durante e dopo - da una cura sacra, perché si tratta veramente dell'adempimento di uno dei più alti doveri che si possono avere sulla terra. 1936
Emergenza educativa
C'è il bisogno di qualcosa di nuovo. E' il bisogno per noi di lavorare in mezzo alle masse, non con l'autorità del professore, non con il segno della cattedra, ma con una autorità che può dipendere soltanto dalla personalità che ci siamo formati, da quel qualche cosa che i giovani scoprono subito esistere in noi.
C'è un obbligo per le Missionarie di essere veramente quello che sono - di essere intere, di essere totali - la rappresentazione di un cristianesimo integrale, di essere fedeli, anime evangeliche, soltanto questo può permettere di fare un po' di bene, di penetrare nell'anima della gioventù che si accosta. C'è un bisogno nei giovani di capire quali sono le bellezze del mondo interiore che loro non conoscono. In mezzo alle masse cerchiamo di essere "motivi viventi di credibilità" e "bonus odor Christi"... Piace ai ragazzi il coraggio, la lealtà, la manifestazione aperta del proprio pensiero!" 1968
Comunicare con la parola
La sapienza sta nel cuore come in quiete,
nella parola come nel veicolo,
perché per mezzo della parola
la sapienza viene comunicata
dall’uno all’altro.
Ma la parola è qualcosa di ancor più grande;
è il veicolo della grazia.
Non possiamo misurare il bene
che una parola buona può produrre,
come non possiamo misurare i danni
di una parola cattiva.
La nostra parola giunge fino a Dio,
lode o bestemmia;
essa tocca le cose presenti
e passate e future,
vicine e lontane;
penetra nell’animo dei nostri fratelli,
ne edifica o ne corrompe l’animo;
ne muove la volontà al bene o al male;
una sola parola,
un solo momento
e le conseguenze si risentono
in una moltitudine di persone
che l’hanno udita,
e si prolunga in un tempo non misurabile.
Custodiamo il tesoro
del raccoglimento intimo;
bisogna essere lenti e prudenti nel parlare
come è lento l’avaro
nello spendere il suo denaro.
Nascondiamo anche noi come l’avaro
il tesoro del nostro cuore;
parliamo quando è utile
e quando è necessario,
e ciò che si può dire in poche parole
non diciamolo in molte. 1920
Per quanto misera cosa sia l’uomo,
ha in sé anche questa divina partecipazione
dell’essere divino: la parola.
Effusione dell’essere divino,
anche egli può diffondere intorno a sé il bene;
raggio del pensiero di Dio,
anch’egli può comunicarsi
con la sua parola. 1925
Necessariamente la vita che viviamo
ci pone gli uni agli altri accanto;
siamo necessariamente l’uno all’altro parola.
Il ministero educativo
è quasi partecipazione
volontaria e libera
del fare creativo di Dio:
dando del mio pensiero,
faccio in qualche modo anch'io l'anima
di colui che riceve in sé la mia parola. 1925
Sentiamo
la responsabilità pedagogica della vita;
c’è un mistero che rapisce ogni nostra azione
per farla giungere, come parole,
a chissà quanti che noi neppur conosciamo. 1925
La parola non è parola
se non quando è segno
di una realtà interiore già attuata. 1925
Parlar poco,
usare espressioni semplici.
L’eloquenza che lascia traccia è austera,
semplice, parca di pensieri e di parole.
Le omelie dei Santi Padri:
frasi staccate,
profonde,
che colpiscono fino in fondo all’animo…
domande che fanno pensare,
concisione di linguaggio
e precisione dogmatica di affermazioni;
e poi soprattutto semplicità di contenuto,
cioè poche idee,
per ogni discorso,
qualche volta una sola,
importante, profonda,
tale da non dimenticarla più. 1930
Le nostre lezioni
devono essere semplici,
robuste,
con poche chiacchiere e molta forza.
Guardiamo nel Vangelo come parlava Gesù.
Egli ce lo permette,
ci invita anzi a farlo;
ci dice: discite a me, anche in questo.
Per ottenere questa bella semplicità,
bisogna essere prudenti e parche
anche nella scelta degli esempi:
non cose nuove,
ma brevi, sentiti accenni
ad esperienze personali dei ragazzi,
che colpiscano come frecce. 1930
Se non prepariamo ben temprato
questo strumento che è la parola parlata,
non potremo mai offrirci
come agili strumenti,
per portare alle anime
la luce della fede
e aprire in loro la via alla grazia salvatrice.
La fiamma dell'amore divino
irradia la sua luce e il suo calore
in tanti modi;
irradia da tutto l'essere e da tutto l'agire
di quelle persone che ne sono
veramente investite;
ma la parola
è pur sempre il mezzo più espressivo
e più rapido,
più vicino al pensiero e all'anima,
spiega S. Tommaso,
e perciò più atto a illuminare le menti. 1950
Parola, sacro dono di Dio
che ci permette di comunicare
da anima ad anima.
Ma arma terribile in nostro potere,
con cui noi possiamo fare del male,
offuscare il bene,
togliere la pace
e anche uccidere le altre anime. 1967
Possedersi,
essere padroni di sé.
E padroni della propria parola. 1942
E tu sii serena e forte,
per te e per tutti.
Non lamentarti mai;
è perfettamente inutile
e molto dannoso,
a sé e agli altri,
dire a parole le difficoltà in cui ci si trova!
Non serve a superarle;
serve a farle sentire di più.
Tutte sappiamo i guai, le pene e le difficoltà
che ci attorniano;
la strada migliore è quella di non rilevarle;
di non parlarne e di tirare avanti,
come se non ci fossero.
Coraggio, dunque, e avanti!
Fa' tutto il tuo dovere.
Parla poco,
risparmia le parole. 1962 |