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Domenica, 21 Marzo 2021 13:02

Destinazione uomo

In tempo di pandemia il cammino quaresimale sembra più che mai, per credenti e non credenti, segnato da interrogativi sull’uomo e sulla sua identità, mentre ci troviamo a dover continuamente uscire dalle nostre sicurezze, rimodulare i programmi, tener conto delle fragilità delle persone e dei sistemi. Si tratta anche di evitare nostalgie e utopie, per scoprire le nuove sollecitazioni che coinvolgono la vita dell’uomo sul pianeta che gli è stato affidato. Così nel messaggio per questa Quaresima 2021 papa Francesco ha invitato a “riscoprire il dono di Dio e a comprendere la nostra realtà di creature a sua immagine e somiglianza, che in Lui trovano compimento” (n. 2).  Ma l’uomo è libero o predestinato? È l’interrogativo di sempre.

In ogni tempo, ma soprattutto nell’attuale crisi globale il comune sentire – dagli intellettuali ai pescatori di Lampedusa – percepisce chiaramente l’identità umana come un’appartenenza che tutti ci accomuna: siamo tutti esseri umani, come cantava Marco Mengoni. Ma nell’esperienza pratica le contraddizioni di tale identità fanno emergere un dilemma tutto contemporaneo, tra primordiali impulsi alla conflittualità e fughe in avanti verso il transumanesimo: basta cercare di “rimanere umani” o non occorre forse impegnarsi a “diventare umani”?

La rivoluzione industriale ha indotto filosofi del Novecento (come Anders e Gehlen) a vedere nell’“indeterminatezza” dell’uomo una minaccia che ne fa un essere perennemente “antiquato” e costitutivamente “artificiale” all’interno di un mondo “naturale”. Così gli scenari ipotizzati da recenti ricerche quali quelle della “psicologia prospettiva” presentavano in chiave ottimistica il salto dall’evoluzione naturale a un’evoluzione sempre più esclusivamente artificiale, selezionabile da chi vorrà e potrà programmarsi secondo le più varie opzioni.
Nella moderna “antropologia negativa” è però ormai venuta meno la fiducia degli antichi nella grandezza dell’essere “artefici della propria sorte”, capaci di progettare se stessi, in quanto creati da Dio con potenzialità indeterminate e quindi in grado di elevare o degradare la propria natura, come scriveva Giovanni Pico della Mirandola (De dignitate hominis, 1496).     

Per l’umanesimo rinascimentale l’uomo, non accontentandosi della sorte di alcun essere creato, trovava comunque in Dio il senso della propria perenne aspirazione a superare i limiti naturali. Da parte sua l’antropologia biblica e cristiana parla della vocazione dell’uomo a realizzare l’immagine divina che è in lui, “fino all’uomo perfetto, fino a raggiungere la misura della pienezza di Cristo” (Ef 4,13). “È Dio infatti che suscita in noi il volere e l’operare in aiuto del progetto bello” (Fil 2,13) che Lui ha per tutti (cf. Lc 2,14): “siamo infatti sue creature, fondate in Cristo Gesù per le opere buone a cui Dio ci ha predisposti perché in esse camminassimo” (Ef 2,10).     

Di fronte all’attuale scenario di ingiustizie e violenze, di ansie e di sofferenze, papa Francesco osserva che “benché ci attraggano molti progressi, non riscontriamo una rotta veramente umana” (Enc. Fratelli tutti, n. 29).     

Nel tormentato snodo tra Medioevo e Rinascimento, tempo di guerre e pandemie, santa Caterina da Siena, celebrando il divino progetto per cui “Dio è fatto uomo e l’uomo è fatto Dio” (Dialogo 13), vedeva nella libertà umana la modalità con cui “l’uomo è fatto Dio e Dio è fatto uomo per l'unione della natura divina con la natura umana” (Dialogo 15), ma realisticamente segnalava anche il possibile distacco dal progetto di Dio e il conseguente stravolgimento narcisistico per cui l’uomo “di sé s’è fatto Dio” (Dialogo 33). Così anche l’Homo Deus di Harari (2015) deve ormai confrontarsi con la inedita minaccia della pandemia, pochi anni dopo aver affermato che « nel XXI secolo, in un mondo ormai libero dalle e p i d e m i e, economicamente prospero e in pace, coltiviamo con strumenti sempre più potenti l'ambizione antica di elevarci al rango di divinità, di trasformare l’ ''Homo sapiens'' in ''Homo Deus'' ». La prosperità e la pace di cui parlava Harari non poteva riguardare che qualche ambiente ristretto, estraneo all’interdipendenza di persone, popoli e culture. Così all’insorgere della pandemia papa Francesco, che stava allora scrivendo l’enciclica “Fratelli tutti”, ha constatato che l’essere iperconnessi non ha impedito la frammentazione e che è più che mai urgente riscoprirci “tutti fratelli” (nn. 7-8).   
 
Di fatto il nostro secolo sperimenta sempre più la contraddizione tra ebrezza tecnologica (internet delle cose, intelligenza artificiale, realtà aumentata ...) e minacce globali (degrado dell’ecosistema, cambiamenti climatici, pandemie...) che coinvolgono intere popolazioni e inquietano le nuove generazioni.  Le attuali conoscenze scientifiche consentono ormai di non “prendersela con le stelle” come il don Ferrante manzoniano, ma di diagnosticare cause, valutare rischi, programmare soluzioni, implementare progetti; ma gli interessi particolari spesso offuscano la logica del bene comune. Mettendo quindi in guardia da un “antropocentrismo squilibrato e superbo” che rischia di autodistruggersi, papa Francesco denuncia il rischio di autodistruzione dell’ « “io” al centro di tutto, che sovradimensiona il nostro ruolo di esseri umani, posizionandoci come dominatori assoluti di tutte le altre creature » (Udienza generale del 16.9.2020).     

Di fronte agli squilibri del progresso già il Concilio Vaticano II aveva ricordato le responsabilità dell’uomo: “il mondo si presenta oggi potente a un tempo e debole, capace di operare il meglio e il peggio, mentre gli si apre dinanzi la strada della libertà o della schiavitù, del progresso o del regresso, della fraternità o dell'odio. Inoltre l'uomo prende coscienza che dipende da lui orientare bene le forze da lui stesso suscitate e che possono schiacciarlo o servirgli” (Gaudium et spes, n. 9).     

È una presa di coscienza urgente e impegnativa. Ma anche in un tempo come il nostro, in cui la speranza sembra una risorsa meramente emotiva e consolatoria, l’antropologia cristiana può offrire una sollecitazione non illusoria: Così nella prospettiva biblica di Gen 1,26 («Dio disse: “Facciamo l'uomo a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza: dòmini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutti gli animali selvatici e su tutti i rettili che strisciano sulla terra” ») la precarietà dell’ecosistema è affidata alla responsabilità dell’uomo (Rm 8,20-22). Dio ha un suo “piano bello” (εὐδοκία), un progetto (πρόθεσις) al quale l’uomo è chiamato a collaborare (Rm 8,28): perché Dio ci conosce in prospettiva e verso questa prospettiva ci ha predestinati, o piuttosto orientati (προέγνω, καὶ προώρισεν): ad essere cioè conformi all'immagine del Figlio suo: infatti l’Unigenito dell’eterno Padre mediante l’Incarnazione è il primo nato in una moltitudine di fratelli (Rm 8,29). “In lui siamo stati fatti anche eredi, predestinati - secondo il progetto di colui che tutto opera secondo la sua volontà - a essere lode della sua gloria” (Ef 1,11-12).   
 
Se l’idea di una predestinazione appare oggi più che mai non conforme allo statuto ontologico dell’uomo, caratterizzato dalla “indeterminatezza” in cui si esercita la sua libertà, i testi paolini (almeno nel testo greco) fanno riferimento non all’ineluttabile fato degli antichi ma a una mèta proposta dal Creatore alla libertà della sua creatura, un orientamento che consente di non lasciarsi andare alla deriva ma di avanzare con una destinazione che realizzi l’identità profonda dell’uomo.     

La Quaresima, avviandoci verso la Pasqua, è metafora di ogni vita umana. E il Cristo risorto ci offre l’archetipo del nostro diventare umani.  Lo vediamo risplendere ogni giorno in tanti “santi della porta accanto”, cristiani e non cristiani. Un compito offerto alla nostra responsabilità.



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