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Quando papa Francesco, la sera del 27 marzo, ci ha tutti convocati per una preghiera silenziosa, con l’adorazione eucaristica, ha messo nella benedizione con l’ostensorio tutta la fede della Chiesa, che ha potuto ricevere l’indulgenza plenaria da Gesù, Dio con noi nell’Eucaristia. Anche in questi tempi difficili in cui l’Eucaristia è celebrata nel mondo, ma sacramentalmente non può raggiungere facilmente i fedeli.

Eppure c’è stato anche chi ha poi protestato per l’assenza della formula tecnica per l’indulgenza plenaria. A pensarci bene, trovo che papa Francesco, con semplicità, ci ha ricordato la sua funzione di vicario di Colui che mediante i sacramenti ci rende partecipi della Sua vita.

L’intensità della supplica del vicario ha portato davanti al Signore il dolore e l’amore, lo smarrimento e le necessità del mondo, e concedendo ai fedeli “l’indulgenza plenaria nella forma stabilita dalla Chiesa” – come è stato annunciato dalla voce del card. Comastri – ha fatto sgorgare direttamente dal cuore di Cristo il dono della misericordia da condividere con gli altri: “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date” (Mt 10,8).

Gesù dice anche a noi, come alla Samaritana: “Sono Io che parlo con te!” (Gv 4,26). Non fermiamoci alle forme esterne, ai luoghi cui siamo affettivamente legati (“è qui o lì che bisogna adorare?”, cf. v. 20): potremmo perdere di vista il Salvatore, che vuole parlare con noi e cerca i luoghi e le circostanze attraverso cui esserci vicino anche nelle angosce di questo tempo.

Il silenzio dell’Eucaristia fa tacere il chiacchiericcio e le polemiche che intossicano le energie e sciupano il tempo, ci sollecita ad essere più collaborativi nelle quotidiane preoccupazioni e drammi causati dal distanziamento sociale e più perspicaci nel riconoscere la voce di Cristo nella stupefacente solidarietà e abnegazione di tanti eroi del dovere quotidiano: “Sono Io che parlo con te!” E’ Lui stesso, infatti, “l’ora” dell’incontro “in spirito e verità”; in cui, al di là di schemi e parole umane, l’adorazione ci mette a tu per tu con il Padre, come vuole il Padre (Gv 4,23): “Questo è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo” (Mc 9,7).
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Fin dai primordi dell’umanità risuona la domanda di Dio alla sua creatura: “Dove sei?” (Gen 3,9).

La Quaresima ci è data come tempo per ripristinare la connessione a partire dall’“appassionata volontà di Dio di dialogare con i suoi figli”, come ci ricorda il messaggio di papa Francesco per la Quaresima 2020. Si tratta di dare le nostre risposte e rivitalizzare le nostre domande.

La Parola di Dio ci manifesta le sue provocazioni, attese, progetti. Sono domande che vogliono superare il muro delle nostre paure, diffidenze, pigrizie, ottusità; e la parte non scritta della Bibbia è fatta delle personali risposte di ogni lettore o ascoltatore. “Chi ha orecchi per intendere, intenda” (Mc 4,9): solo chi capisce, cioè fa spazio all’alterità di chi parla, può rispondere.

Così anche le circostanze della vita personale e collettiva ci sollecitano a recuperare la nostra relazionalità umana, immagine di un Dio trinitario, chiamata a divenirgli somigliante proprio nella libertà di un dialogo non omologante ma aperto all’alterità.

I 40 giorni del cammino di Israele nel deserto sono così una metafora dei nostri percorsi di vita, a volte contorti e faticosi, a volte emozionati dall’esperienza dell’amore che ci accompagna.

Il fatto che il Signore ci offra ancora una volta un tempo favorevole alla nostra conversione non dobbiamo mai darlo per scontato. Questa nuova opportunità dovrebbe suscitare in noi un senso di riconoscenza e scuoterci dal nostro torpore. Malgrado la presenza, talvolta anche drammatica, del male nella nostra vita, come in quella della Chiesa e del mondo, questo spazio offerto al cambiamento di rotta esprime la tenace volontà di Dio di non interrompere il dialogo di salvezza con noi” (papa Francesco, Messaggio per la Quaresima 2020).
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L’“Unione S. Caterina da Siena delle Missionarie della Scuola” è una congregazione religiosa domenicana.
Siamo chiamate ad affiancare il cammino dei nostri contemporanei con lo studio e la preghiera e a cercare con loro le risposte evangeliche agli interrogativi di società complesse e multiculturali. 
Vogliamo perciò vivere in coerenza un cristianesimo di frontiera ed essere lievito e sale, che hanno poca visibilità ma fanno crescere e danno sapore. 
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